NIENTE È GHETTIZZATO ALL’INIZIO – inediti di Tommaso Meozzi

a cura di Erminio Alberti
con una nota di Bernardo Pacini

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NOTE

Quasi come a reazione, preda dei propri anticorpi, la poesia di questi ultimi anni, diventata allergica al pensiero dominante novecentesco che l’ha fatta preda di sperimentalismi, “egoismi” e razionalismi – puro esercizio di lingua, scardinamento dei valori borghesi per mezzo del codice – riprende il controllo e procede verso un ritorno alla spiritualità. È il caso lampante di Tommaso Meozzi, classe 1984, e dei suoi versi di cui egli è fonte quasi inconsapevole (i versi sono anch’essi un flusso, come / lacrime, sperma, sangue).

La poetica del Meozzi vuole essere un’annunciazione di un’alba prossima a venire, va alla ricerca del puro senso, invoca Chomsky per potersi liberare dalla nera astrazione della lingua, ed è per questo che azzarda, sperimenta. È una poesia che deriva dal patimento di un mondo alienante, che non dà speranze “se non questa voce / che lega ogni vita alla sua croce”.

Eminio Alberti

Il 13 maggio 1871, Rimbaud scrive queste parole a Izambard: “je travaille à me rendre Voyants”, inaugurando una stagione infernale di poderosa poesia visionaria. Tommaso Meozzi si trova dentro la penna o sotto i tasti del pc, ignaro di tutto, quella stessa materia lavica che tutto corrode, e mirando al nucleo, grida rivoluzione da dentro un guscio di vesti bruciate da una vampa. L’inabissamento nella quotidianità è l’innalzamento della croce-voce di Meozzi: il giovane poeta tenta la zona d’ombra dell’Inizio, dove “niente è ghettizzato”, vede schiantarsi i poteri del mondo dinanzi ad una sempre desiderata alba di speranza. La scena, spesso cittadina, è apocalittica, ma la voce poetica è fioca, la parola “piana, […] di rispetto”: cambia pelle come i serpenti. Non sono possibili punti di riferimento se tutto inizia dalla “perdita del centro dell’anima”: la poesia si lascia fare, conia linguaggi, esprime le religiosità umorali, persino laide, di chi è ferito dalla bellezza. Anche nei suoi andamenti più prosastici e filosofeggianti, la scrittura di Meozzi non risparmia un canto ricco di assonanze e violenze verbali: estremo tentativo di uscire da “questa cattività, galera, corpo senza madre – istituzione, nera astrazione” che è la mancanza di senso, di cui il poeta è stanco, ma tenace bardo.

Bernardo Pacini

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