Maddalena Lotter – Fame nuova (quattro inediti)

In queste nuove di Maddalena, di cui ho letto ogni verso sin da quando ci siamo conosciuti, lo spessore raggiunto con l’esperienza, l’interrogarsi su di sé, sulle proprie parti in scena, è notevole. Un salto per lei che fin da bambina ha suonato il flauto, da una musa all’altra, o meglio, le affianca in una musicalità del verso ancora timida e indefinita, ma battente e scandita con decisione. Maddalena sa mettere a fuoco ciò che prova e lo pronuncia con grinta. Scrive in uno stato di necessità di comunicazione con se stessa, come fosse senz’abiti e pregiudizi, nuda allo specchio; perciò l’espressione arriva al destinatario diretta e cristallina. Nei suoi risuonano le pause, le partiture vocali di Patrizia Cavalli, mentre i toni, l’approccio all’io segue la mano di Anna Maria Carpi, della quale la risolutezza è un tratto distintivo.

Il titolo della raccolta embrionale, Fame nuova, dimostra una propensione all’empatia, alla sfera istintiva, piuttosto che a quella raziocinante: una lirica di ricerca che parte dallo stomaco, e non dal ventre in quanto connotativo femminile, bensì dal nostro baricentro primordiale. Difatti «il grembiule» si fissa dietro la pancia, e copre anche «il torace» che il poeta «si lecca», ovvero la gabbia che protegge il cuore. Una poesia che necessita degli oggetti per essere fatta, e torna ad essi rifratta, arricchendo l’autrice che maneggia «i mestoli», i ferri del mestiere (ha scritto Andrea Ponso) con fatica. Raggiungere «la cosa comune», l’umanità, il contatto attraverso il pathos, significa sviscerarsi, soffrire e «dire il dolore». Incastonare il proprio vissuto sulla pelle, alle estremità del corpo – le dita di Maddalena – è arduo, soprattutto dopo averlo distillato e separato dall’io, rendendolo accessibile agli occhi altrui, condivisibile.

La giovane età dell’autrice non sopporta questo tempo costantemente affollato da nuovi stimoli, in cui bisogna trasformarsi per essere accettati e – in senso inverso – accettarsi attraverso «l’opinione» degli altri, come il gel che si dà nei capelli ogni mattina poiché risultino brillanti, o i tacchi stretti la sera, per mostrarsi sempre all’altezza della situazione. Un’altra forma di bellezza rispetto a quella interiore, che spesso il poeta grida senza essere preso in considerazione; una ricerca del «Bello» esteriore, superficiale, che non può non contaminare il fondo dell’essere, come l’onda sposta la sabbia per chilometri, anche se non ce ne accorgiamo. Condivido con lei questi due versi che si stagliano sopra gli altri: «spero vivamente / di fare altro nella vita», dal “mestiere di scrivere” (facendo il verso al grande Pavese) e trovare qualcosa di durevole oltre le nuvole: siccome ai poeti «non importa del clima / né del valore».

(Matteo Bianchi)

*

Reinventare un senso del vivere collettivo dovrebbe essere il ‘programma’ del prossimo cinquantennio.

(Maddalena Lotter)

*

Matteo Bianchi, La nuova Ferrara, 09 novembre 2012

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: