L’istante alare – Vanna Carlucci

versi inediti di Vanna Carlucci
a cura di Riccardo Raimondo
prefazione di Luigi Abiusi

 

 

Una nota di Riccardo Raimondo

C’è una forza propulsiva, rara fra i versi di Vanna Carlucci. La sua fonte è, a mio avviso, il tentativo di creare una musicalità, anche ritmica. Di liberare sì il verso, ma liberarlo (riversarlo) in una organica fisiologia.

Tutto ciò ha una sensualità particolarissima, una forza incantevole. E, anche se si torna a parlare delle solite cose – il ritmo, la musicalità – in realtà credo che sia più attuale che mai farlo oggi, in un momento in cui i poeti più in voga hanno perso quel gusto della Parola naturale, pura «(ri)nata, / bagnata dall’esistere improvviso / il mio (s)finirmi in ogni atto di sole».

I suoi versi liberati redimono decenni di post-moderno, di intrugli autoreferenziali e meta-letterari, redimono i peccati dell’architettura geometrica. È una poesia che costruisce, non numeri, ma organismi.

Assonanze e ritmo inedito, mi sembrano gli aspetti migliori di ciò che ho letto:

«Allungo un passo e scricchiolo ricordi. / Sei il riverbero arancio sui / miei occhi di luna e corvi»

Sono punte di diamante queste poesie che però – a mio avviso – ancora affondano il corpo in una fanghiglia formale che annaspa il verso, lo inceppa, lo complica, lo contorce, inutilmente, disperatamente.

È una scelta? O è forse il sintomo di un nodo irrisolto dell’esistenza, un crampo al tendine poetico?

Un esistenza dal carattere sulfureo, in negativo, una mancanza, un horror vacui da coprire di trame, un’esperienza privata di qualcosa: «per vestirmi di uno sguardo sul mondo e non sono morta, / un ponte di passaggio tra le parole e ho lasciato note, / l’esistenza privata di pensieri anarchici e ho coltivato conati e / rivoli: / frantumi». A volte, si trascina a stento il verso….

È la notte che non smette mai di premere «sui tuoi disfacimenti / come macerie calde».

D’altronde, non è così semplice la soluzione al problema che questi versi pongono: la ricostruzione della forma.

Due, gli orientamenti che scorgo fortissimi ma non pienamente realizzati nella poetica di Vanna Carlucci.

In prima istanza, la poesia che – dicevamo – sta in quello (s)finire. Sta nell’abbandono: nell’abbandono dell’amore. Una «poesia d’anima».

E «poesia d’anima» – sulle orme di Nicolas Gòmez Dàvila – non può diventare mai artifizio-costruzione: dietro il virtuosismo tecnico si nasconde sempre una trappola per gli angeli.

In secondo luogo – ancora con Dàvila: distinguere talento e genio: che il talento sia solo fedele servitore, che possa servire ai bisogni e alle espressioni del proprio genio (e ci tengo a dire: non dell’ io-genio, ma del proprio-genio).

E questi due punti chiave mi sembrano indirizzati alla rivelazione (non costruzione), allo svelamento di un momento, di un istante.

Ecco, c’è un istante in cui anima e corpo, in perfetta sintonia d’intenti, danzano. E par che si siano risolti tutti i problemi dell’universo in quell’istante, grazie alla forza dello spirito: l’anima (il senso) varca le soglie della materia attraverso il corpo (la forma), colmando la distanza fra idea e realtà; il corpo, così, fedele servitore di Luce, assecondando una realtà che lo trascende, si lascia ricostruire, restaurare, rigenerare da fisiologie divine.

La realtà è sorretta da principi invisibili – dice un detto indù.

Mi viene in mente un libro che lessi tempo fa e in cui si descriveva il Tantra Yoga. In un passo la compagna di Krisna chiede al dio qual’è quella realtà che «trascende le forme eppure le compenetra», e qual è il momento giusto in cui ci ricongiungiamo con questa realtà.

Quel momento giusto che potremmo chiamare «istante alare».

Riccardo Raimondo

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